Voglio la favola della buona notte prima di dormire, una bella favola, di quelle che non ti fanno piangere, ma ti rasserenano mentre dimentichi la giornata, evitandoti il rigurgito di quel poco di speranza che ti resta dentro. Ma per noi uomini e donne ormai pasciuti le favole non esistono più. Sono un fottuto ottimista, non smetterò mai di esserlo. Sono nel frattempo dannatamente realista, cosi realista da vedere la voragine che c’è davanti a noi, un discorso che certo cozza non poco con il mio tanto esaltato “positivismo” ma tant’è, non posso tirarmi indietro. Forse non avete ancora visto il nuovo spot di Fabbrica Italia, promosso dal gruppo Fiat per rilanciare lo spirito italiota, quel riverbero lontano e dolorante di un paese sciaguratamente alle prese con i suoi fantasmi. Entrando dentro lo spot, un padre molto premuroso prende in braccio il suo bambino che non vuole dormire (benché dopo i primi secondi cade in un drammatico sonno profondo…) e decide per questo di raccontare una “favola”, un piano industriale: l’orgoglio italiano, di un’industria italiana, la speranza del futuro e l’invito finale di comprare un auto italiana. Un piccolo gesto, che secondo lo sprovveduto papà renderà fiero il figlio, appena grande, delle sue “italiche origini”. Non sentite anche voi l’eco di questa parola? Italia. Io lo sento tanto troppo, spesso. Non voglio entrare in un ambito strettamente tecnico ma voglio soffermarmi sul messaggio. In un periodo come questo, mentre si fatica (inutile negarlo ormai), dove la gente è completamente sfiduciata nel futuro, la maggior parte dei giovani bombardati da messaggi che non fanno altro che dire che saranno una generazione frustrata e povera, senza pensione, senza una vita, senza un futuro. Ecco, arrivato a questo punto Fabbrica Italia la trovo molto fuori posto e non per motivazioni ideali o “controcorrentistiche” (permettetemi il termine), ma perché è un affronto alla realtà, alla vita vera. Forse il papà di quel bambino, che fa bene a chiudere gli occhi per non ascoltare quelle sciocchezze non è uno dei tanti dipendenti Fiat licenziati, non è un precario, non è neanche uno dei tanti che a lavoro va a piedi ma non perché vuole restare in forma, ma perché la macchina non ce l’ha. E andate a dir loro, per coerenza, che la maggior parte della produzione è fuori dall’ assolata penisola, che la 500, il nostro simbolo, come è stato definito, è assemblata da mani polacche. Niente contro le mani polacche sia chiaro, ma non prendiamoci in giro: non c’è nulla da essere contenti a comprare un auto italiana. E quando mi sento dire “normale, è pubblicità” mi girano ancora di più le pale eoliche (sono ecosostenibile…io) perché la nostrana pubblicità deve iniziare ad abbracciare di più l’etica e il rispetto se vuole sopravvivere ad una società più consapevole e informata. Che poi si cerchi di spegnere questa voglia di consapevolezza ed informazione è un’altra storia aimè.
Fare il pubblicitario, quello vero, significa non allontanarsi mai dalla realtà. Se la pubblicità ha perso efficacia, è forse per questo. Torniamo a pensare alla gente piuttosto che al target. Solo a quel punto la gente aspetterà quasi con ansia la pubblicità perché per la prima volta sentirà che dall’altra parte qualcuno gli risponderà davvero.