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Intervista semiseria a Paolo Pedrazzini

Oggi è ospite del blog Paolo Pedrazzini, direttore creativo  di Itaca, che si racconta e ci racconta il mondo della pubblicità con un pizzico di ironia, dicendo cosa ne pensa del fenomeno della controinformazione pubblicitaria che ha preso piede nel web negli ultimi tempi e l’uso eccessivo dei testimonial, scoprendo poi che il collaudatore di lassativi è una valida alternativa al mestiere di creativo. A voi l’intervista.

Presentazioni d’autore. Chi sei?
Un uomo alla soglia dei cinquantacinque che per mangiare fa il pubblicitario e vorrebbe tanto non doverlo più fare. Più ancora che non essere ancora alla soglia dei cinquantacinque.

Qual è il tuo posto di lavoro e che ruolo svolgi in questo momento?
Lavoro in una piccola agenzia chiamata Itaca, il cui unofficial pay off recita “L’agenzia più sottovalutata d’Italia, probabilmente del mondo”. Il mio ruolo è quello di direttore creativo, che in una struttura delle dimensioni di Itaca significa anche e soprattutto copywriter, sommo stratega, nonno brontolone, occasionalmente uomo delle pulizie e sfondaporte quando qualcuna rimane chiusa dentro un bagno.

Le agenzie fanno parte di gruppi sempre più grandi ed “internazionali”. Un bene o un male per lo sviluppo creativo?
Nella mia rimarchevole ignoranza dei grandi movimenti, mi capita di tanto in tanto di scoprire che un’agenzia appartiene da anni a questo o a quell’altro gruppo, esattamente come di tanto in tanto, al supermarket, scopro che uno storico prodotto è diventato Nestlé pure lui e mi viene un po’ di tristezza. Se questo sia un bene o un male per lo sviluppo creativo o per lo sviluppo del consumatore non sono in grado di dirlo.

Cosa ne pensi della situazione pubblicitaria italiana?
A costo di sembrarti ottimista, ti dirò che a mio parere l’intero paese, escludendo una fortunata minoranza composta da tronisti, stilisti, affaristi, dentisti e camorristi, sta vivendo da anni in una cantina così scura e umida che qualunque scintilla vitale si spegne sul nascere come un cerino fradicio. La pubblicità, in quanto specchio fedele dei tempi, oggi non può fare altro che riflettere il buio. E amplificarlo, ovviamente.

In riferimento a quello che hai detto prima, in questo senso, hanno più responsabilità i creativi o i clienti?
Poniamo che un tizio voglia farsi installare una vasca da bagno sul soffitto. Ma forse sarà un lavandino, o forse un bidet, si vedrà. Comunque sia, il tizio indice una gara senza rimborso tra i migliori idraulici sul mercato, che non solo se ne guardano bene dal sollevare il minimo dubbio sull’idea, ma partecipano entusiasti, lavorando giorno e notte sul progetto e giocando al ribasso col preventivo. Secondo te, chi tra gli idraulici e il tizio ha maggiori responsabilità nel conseguente degrado della nobile professione dell’idraulico?

Qual è la campagna (stampa, tv…) che ti piace di più?
Se parliamo di casa nostra, lo sforzo richiesto per ricordarla significa semplicemente che non c’è. Se parliamo invece di quello che riescono a fare altrove, lo sforzo richiesto per non incazzarmi è eccessivo. Quindi sorvolo.

Dal tuo blog uno dei post più interessanti è sicuramente quello dei testimonial. Perchè se ne continua a fare un uso così massiccio secondo te?
Penso che sia uno dei più evidenti, nefasti risultati della combinazione di due fattori devastanti: la carenza di buone idee da parte dell’agenzia e lo strapotere del committente che impone d’ufficio le sue scelte. La prima, per comodità, si rassegna volentieri, il secondo, per provincialismo, è pronto a spendere cifre immorali per poter dire che la sua pubblicità è quella con la sgnacchera (o lo sgnacchero) di turno. Quello che non finisce di stupirmi è che, nella maggioranza dei casi, la scelta di un testimonial piuttosto che un altro non è mai funzionale a quel preciso prodotto e quindi non crea solidi legami concettuali. Uno vale l’altro, basta che sia famoso. Così i testimonial passano da una squadra all’altra come i calciatori (quando non sono addirittura in comproprietà).

La controinformazione pubblicitaria che si sta diffondendo sul web è, a tuo avviso, una reazione al sistema che potrebbe portare a risultati, a lungo termine, concreti?
Perché no…magari qualche creativo arrabbiato potrebbe un giorno esibire la sua controinformazione web in un colloquio e affascinare il direttore creativo. Scherzi a parte, ritengo che come reazione al sistema sia piuttosto sterile e fine a se stessa, soprattutto vista la grossa resistenza a “metterci la faccia”. Fare controinformazione è certamente utile e doveroso, ma le cose non si cambiano nascosti dietro l’anonimato.


Cosa diresti ai giovani che vogliono entrare in questo luccicante e martoriato mondo dell’advertising?
Consiglierei loro, prima di farlo, di prendere in considerazione anche altri lavori perlomeno altrettanto gratificanti e socialmente più utili, come il bersaglio umano al poligono di tiro o il collaudatore di lassativi, per dire i primi due che mi vengono in mente.

Grazie per aver risposto! Ma ci manca una frase di chiusura…
Togli il punto esclamativo dopo – risposto -, per favore. Grazie.

2 Commenti

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