Questa è un’intervista particolare perché non so realmente chi sto intervistando. Conosciamo ormai quasi tutti nel settore, il suo nick, Don Draper e il suo blog Bad Avenue. Vediamo cosa ha da dire in prima persona.
Partiamo da Bad Avenue. Cosa hai pensato quel giorno, quando hai deciso di scrivere il primo articolo sul blog, cosa ti ha spinto ad iniziare?
Ho iniziato per caso, per istinto, per fastidio. Continuavo a leggere di un settore che andava bene e interviste assurde sulle fanzine. Quando poi ho visto il comunicato brezneviano di Maestri, quello in cui sembrava che il direttore creativo fosse andato via di sua spontanea volontà mi sono detto: “manca un posto dove si dica la verità, o almeno qualcosa che si avvicini a essa.
Negli ultimi mesi il settore sembra aver ritrovato la forza di reagire o per lo meno di esternare il proprio disagio. Il periodo è casuale o ci sono degli stimoli che secondo te hanno favorito questo mettersi in gioco?
Sì, il settore sembra che stia reagendo. D’altronde avevamo scavato il fondo: non si poteva fare altrimenti. Segnali positivi arrivano anche dalle associazioni: Guastini sta facendo bene, Grosser sembra uno che ha a cuore temi rilevanti e se eletto potrebbe combinare qualcosa di buono. E poi, immodestamente, sei mesi fa è nato un pungolo che si chiama Bad Avenue e che ha risvegliato la community dei creativi.
La questione anonimato è un argomento spinoso. Il fatto che (statistiche alla mano) diventa un punto di riferimento e di scontro un blog di cui si sconoscono autori e interventi, tranne rari casi, è sintomo di una mancanza di tutela sindacale nell’ambito lavorativo all’interno delle agenzie?
Per me non è un argomento spinoso e l’ho affrontato fino alla noia. Che Donald Draper sia anonimo, come ho già spiegato, dipende soprattutto dal fatto che le idee scorporate dall’individuo acquistano rilevanza. Se si sapesse chi sono tutti comincerebbero a misurarmi per quello che ho fatto o non fatto. Nessuno seguirebbe più il mio blog anche se la gente scoprisse che in realtà sono David Droga (nessuno ha notato che abbiamo le stesse iniziali?).
I creativi come eterni giocherelloni. Cliché attribuito ai creativi molto spesso da loro stessi. Un’immagine del genere, che per anni ha, volontariamente o meno, rappresentato la nostra categoria,può essere causa della mancanza di credibilità da parte dei clienti?
Semmai è il contrario. La credibilità da parte dei clienti è crollata perché negli ultimi anni ci siamo rappresentati come eterni giocherelloni. Quando ci proporremo come seri professionisti ne guadagneremo in credibilità.
Il nostro obbiettivo è aumentare le vendite, stimolare il desiderio di acquisto. Oggi questa è ancora una priorità o spesso viene trascurata a favore invece di una creatività “bella ma inutile”?
Per me è sempre stato l’obiettivo principale. Certo, meglio “vendere” producendo bella creatività. O, ancora meglio, dimostrare che la buona creatività “vende” più di quella brutta. E di questo sono convinto: le persone ricevono così tanti stimoli che per catturare il loro interesse dobbiamo divertirle o emozionarle. Grazie a internet sta finendo il regno dei GRP’s.
Secondo te la qualità creativa di una produzione finita (sia esso un commercial, stampa, virale…) è commisurata più al budget del cliente o all’efficacia intrinseca nell’idea di base? In agenzia si presta la stessa attenzione creativa a budget con una distanza, tra loro, di diversi zeri?
Le idee geniali funzionano anche con budget ridotti ma di idee del genere in giro ce ne sono poche. Allora diventa l’importante l’esecuzione, che è parte del nostro mestiere. Con lo stesso budget c’è chi realizza capolavori e chi schifezze.
L’invidia c’è in ogni mestiere, ma nel nostro forse un po di più.Non dovrebbe essere pur sempre un gioco di squadra?
Il nostro è un mestiere basato sull’ego, l’invidia quindi non morirà mai. Il gioco di squadra può esistere solo nelle agenzie in cui i direttori creativi riescono a far sentire tutti come gli artefici di un progetto comune: “diventiamo l’agenzia più figa!”. Sempre questione di ego, comunque.
Sai dirmi perché un ragazzo/a che vuole lavorare in comunicazione non dovrebbe mollare il suo obbiettivo, nonostante le voci scoraggianti?
Perché resta pur sempre uno dei mestieri più belli in circolazione. Ti pagano (anche se ultimamente poco) per pensare e coltivare i tuoi interessi: scrittura, musica, cinema, lettura. E poi non esiste la routine, tranne in alcune agenzie, e non si finisce mai di imparare.
Siamo alla fine. Grazie per il tempo che ci hai dedicato. Se vuoi,descrivi il mondo della pubblicità con un’headline. Se questo comprometterebbe inevitabilmente il tuo anonimato, ci basta anche solo un aggettivo : )
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