Se impariamo a conoscere, ad analizzare la fotografia come momento di ricordo, di emozione fissata su pellicola o pixel che si voglia, entriamo in un mondo fatto di suggestioni e ambivalenze che non toccano sempre profili squisitamente professionali ma che si mescolano a profili amatoriali spesso genuini e autentici. È il caso di Andrea Nucifora, un ragazzo siciliano che vive e lavora a Catania, scoperto quasi per caso su Instagram, forse il contenitore di suggestioni per eccellenza.
Un racconto fotografico da amatore ma non troppo, che sconfina in una ricerca di significato profonda e suggestiva, evocativa di ricordi ed emozioni. Un esempio di come la fotografia sia diventata oggi un modello narrativo “aperto” e disponibile che Andrea ha saputo cogliere e mostrare senza filtri o costruzioni, ma nella sua autentica semplicità di narratore.
Potete trovare i suoi scatti direttamente nella fanpage ufficiale e leggere l’ intervista subito dopo la gallery.
Fotografare è un gioco. Un gioco semplice e diretto. È fare vedere quello che vedo, che mi piacerebbe vedere, che immagino possa accadere.
Ciao Andrea, una facile domanda d’apertura: cosa significa per te fotografare?
Fotografare è un gioco. Un gioco semplice e diretto. È fare vedere quello che vedo, che mi piacerebbe vedere, che immagino possa accadere. C’è sempre un’emozione preziosa quando scatti una foto e poi alle 3 di notte ti ritrovi davanti al computer a cambiare colori, rafforzare o smorzare luci, far brillare occhi, cancellare, tagliare, sottolineare. È un tipo di stupore non tanto diverso da quello del fotografo nella camera oscura che piano piano vede apparire le forme sulla carta. Fotografare è vedere e per me la vista ha sempre avuto un senso particolare: sono miope, anzi orbo come una talpa, da quando avevo 6 anni e da allora ho sempre avuto la consapevolezza di quanto la vista sia preziosa. Una mia cara amica scherza sempre sul fatto che se non fossi stato miope non avrei iniziato a fare foto.
Qual’è stato il percorso, non squisitamente di studio, che ti ha portato ad avvicinarti al mezzo fotografico?
Ho iniziato per gioco appunto. Erano foto fatte con una misera fotocamera del cellulare ed erano foto di dettagli di vita: tazzine, mattonelle, scarpe e altri oggetti. Avevo 19 anni. Poi ho scoperto i programmi di post produzione e da quel momento ho cominciato a divertirmi con le immagini. Erano foto saturatissime, piene di colore a cui mi divertivo anche a dar titoli “evocativi”, che a pensarci bene erano molto più belli delle foto stesse, di per se banali. Due anni dopo mentre mi trovavo in Lituania per un servizio di volontariato europeo, la condizione di solitudine e di spaesamento derivante dall’essere in terra straniera ha determinato un mio serio interesse verso una fotografia basata su un’idea, su un concetto, su una vera e propria sperimentazione.
I tuoi soggetti sembrano provenire da una dimensione parallela, quasi immateriale e scomposta.
Quali sono quelli che preferisci?
La mia attenzione non è tanto sui soggetti di per sé quanto sul contesto in cui essi sono inseriti, su quello che riesco a tirare fuori, su quello che riescono a farmi vedere. In linea di massima però preferisco concentrarmi sui ritratti di figure umane piuttosto che i paesaggi e non amo particolarmente quella fotografia che ritrae le cose. A me interessano le persone, il viso umano, il corpo umano, l’imbarazzo di stare davanti una macchina fotografica e ovviamente quello che adoro è immortalare quel viso, quell’imbarazzo e cambiargli i connotati. Cambiare, in definitiva come mascherare.
Dagli scatti si intuisce la propensione alla fotografia di posa, piuttosto che ad una a stampo narrativo aperto. Cosa ti influenza in questa scelta ed eventualmente quali sono per te le differenze tra le due?
La fotografia di posa per me è una fotografia narrativamente aperta. Quando fai una foto a un soggetto per strada, l’immagine e il senso sono lì, consegnati a te che sei fotografo e sei creatore sconosciuto. Cogli l’attimo e l’attimo si ferma e diventa un secolo. La fotografia di posa invece presuppone un accordo tra le parti: io fotografo ho un dialogo con te modello e tu come modello ci sei non in un’ azione casuale ma con tutto te stesso. Questo accordo per me è il presupposto fondamentale per una narrazione aperta. Aperta a un’interpretazione come un sistema apparentemente chiuso che in realtà è un universo aperto.
Quali autori o artisti contagiano il tuo modo di fare fotografia e perché?
Primo tra tutti David LaChapelle. Si scherza sempre con amici, anche loro nel settore artistico, sul fatto che alcune sue foto le avrei volute fare io. Tali e quali. Di LaChapelle amo le storie che racconta attraverso situazioni iper-costruite, le contaminazioni di vario genere (il ragazzo di colore del ghetto illuminato da luci cavaraggesche) e il mostrare che fondamentalmente il fare quelle foto per lui è stato un gran divertimento. Un altro fotografo che ammiro è Slava Mogutin. Le sue opere sono pornografiche senza essere volgari, sono di posa ma sembrano fatte per caso. Dev’ essere un uomo di grande coraggio, non so perché, ma ho questa idea. Mi piace il modo in cui tratta e dialoga con il corpo maschile. Ricreare qualcosa di simile è difficile.
La tua esperienza fotografia è circoscritta al territorio catanese e siciliano o hai avuto influenze da viaggi o esperienze in Italia e all’estero nel corso degli ultimi anni?
Circa 5 anni fa sono andato a vivere in Lituania per un progetto di volontariato europeo ed è lì che la mia passione ha preso una forma consapevole. Ho cominciato lì, nel mio appartamento minuscolo a fare le prime foto di posa. Erano ancora creazioni acerbe certo, ma iniziavo ad avere una consapevolezza di quello che volevo diventare e di quello che volevo dire. Lì ho anche avuto la possibilità di essere in contatto con persone infinitamente più competenti di me che mi hanno insegnato alcune tecniche di base. Sia con il mezzo macchina che con la post-produzione. Quando sono ritornato a catania ero una persona diversa.
Essendo questo un blog che parla di pubblicità la domanda è d’obbligo: all’interno della fotografia pubblicitaria trovi ispirazione? E se si, secondo te è possibile elevare uno scatto squisitamente commerciale a vera forma d’arte?
Ci sono indubbiamente alcune fotografie commerciali che sono opere d’arte a tutti gli effetti. Mi viene da pensare ad alcune campagne Levi’s di qualche anno fa. L’esempio più calzante di relazione (vincente) arte/pubblicità è Steven Klein: le sue creazioni fotografiche per Dolce e Gabbana sono in realtà installazioni multimediali presenti in diverse gallerie. Secondo me la pubblicità diventa un’opera d’arte quando il messaggio veicolato dal prodotto commerciale e il messaggio dell’artista presentano affinità strutturali. In quel caso non solo la pubblicità è un’ispirazione ma diventa un’opera a sè. Vera, concreta e compiuta.
Qual’è il passo che reputi obbligatorio per passare da una fotografia amatoriale ad un lavoro invece più professionale e con solide basi tecniche? È solo una questione di studio o di ricerca personale?
Sembra un po’ una contraddizione in quanto non ho una formazione accademica ma per diventare fotografi è essenziale studiare. Siamo in un periodo storico in cui ci si sente artista con i supporti e non con le idee. Per cui basta una reflex professionale per sentirsi dei novelli Helmut Newton. In realtà questo non è che il primo passo: ci vuole curiosità interiore, ci vuole talento e ci vuole competenza o voglia di acquisirla, con ogni mezzo, studiando tanto, facendo esperienze o entrambe le cose.
Hai iniziative che ti vedono protagonista e che vorresti segnalarci?
Visto che me lo chiedi ne approfitto! Il 28 giugno al Cortile Platamone ci sarà una mostra organizzata dagli instragrammers catanesi sui luoghi di Catania che sono andati dimenticati o che sono stati riutilizzati. Il 29 invece sono in mostra insieme a Jessica Hauf in una collaborazione dal titolo “Creature”. La mostra si inserisce all’interno di una giornata dell’arte in occasione del Gay Pride catanese. Ci saranno concerti, mostre, dj set e tanto altro. Per chi fosse interessato si comincia alle 19:30 al cortile della camera del lavoro in via Crociferi.
Ringraziandoti per la disponibilità, ti faccio l’ultima domanda: dove pensi ti porterà la fotografia nei prossimi anni, ma soprattutto, cosa ti ha regalato fin adesso?
Come tutte le attività connesse con l’arte, in qualche modo la fotografia mi ha arricchito emozionalmente. L’arte è uno dei mezzi più efficaci per raggiungere una piena consapevolezza di sé. In parole povere mi ha aiutato a conoscermi. È stata il termometro della mia vita. Lo storyboard di quello che ho vissuto, delle persone che ho conosciuto. Riguardo a dove mi porterà… beh questa è una fase in cui sto avendo i primi riscontri positivi. Mostre a venire. Progetti per ora solo nella mia mente e qualche collaborazione saltuaria con RadioLab, una splendida emittente radiofonica che ha sede da Zo. Spero di continuare in questa direzione, approfondendo le mie esperienze e la mia conoscenza e competenza tecnica che come ho già detto è fondamentale.