Rieccoci con l’appuntamento delle interviste semiserie del blog. Oggi pubblico l’intervista a Luca Bartoli, giovane copywriter vicino ai trenta, ma lontano dalla data di scadenza. E’ un’intervista divertente, allegra e ricca.
- Presentazioni d’autore. Chi sei?
Mi chiamo Luca, sono nato nel novembre del 1980 e questo fa di me sia un figlio degli anni 80 sia un ventenne in fase terminale. Vivo a Milano dal 2005
-Qual è il tuo posto di lavoro e che ruolo svolgi in questo momento?
Copywriter in DLVBBDO.
- Che cosa pensi della creatività italiana?
“C’è grossa crisi” come diceva Corrado Guzzanti teorizzando il culto di Quelo. Non so se te lo ricordi e se non te lo ricordi, ti linko questo link che te lo può ricordare. Per quanto riguarda la creatività italiana, la citazione ci sta tutta, ma questo te l’hanno già detto i miei più autorevoli predecessori.La mia personalissima interpretazione delle ragioni di questa crisi è la distanza spesso astronomica tra clienti, creativi e pubblico. Gli uni prediligono la didascalia alla fantasia, gli altri sognano di lavorare all’estero in agenzie estere, con clienti esteri che gli commissionano brief esteri per comunicare a un pubblico estero. Mentre il pubblico di casa nostra legge poco, sia giornali che riviste, e consacra ai vertici dell’audience trasmissioni del calibro del Grande Fratello, dell’Isola dei Famosi e di Amici.
- Se avessi davanti a te una platea di giovani creativi, cosa ti sentiresti di dirgli?
Alzate la mano: volete soldi? Fama? Successo? Feste? Ecco voi con la mano alzata uscite: gli anni ‘80 sono ampiamente finiti.
Per chi è rimasto nella stanza iniziamo a parlare dell’essere un creativo in Italia nel 2010.
- Qual è la campagna (stampa, tv, online…) fatta da te che ti piace maggiormente? E la peggiore?
Domanda difficilissima. Ricordo ancora con affetto i vari “cowpiroska”, “muuujito” e “muca libre” ma si parla ormai di qualche anno fa, quindi probabilmente affetto o meno me le ricordo solo io. Più recentemente ci sono i vari soggetti della campagna “LA7. Esclusivamente per tutti”. Anche se, se di piacere stiamo parlando, ti confesso che negli anni ho sviluppato una personalissima perversione creativa. Un feticismo per tutti quei brand in cui, un po’ per format e/o un po’ per ragioni di budget, nella campagna la differenza la fa ancora il titolo. Alcune di queste campagne le trovi nell’estratto on line del copywriting portfolio.
La campagna peggiore… potrei dirtelo ma dopo dovrei ucciderti e tutto sommato mi sei simpatico.
- Stai guardando il tuo film preferito in tv quando, a un certo punto, c’è la pubblicità. Cosa ti passa in testa in quel momento?
Perfetto! Dovevo giusto andare in bagno.
- Riesci a descrivere la tua tipica giornata di lavoro?
Sveglia alle 7.00, prima caffè e colazione poi, dipende dai giorni, possono alternarsi attività come spesa (rimandarla a dopo l’agenzia significa non farla), andare a correre o relax casalingo. Ad ogni modo, poi, di corsa in agenzia. Pausa pranzo in palestra, abitudine che mi sento di consigliare a chiunque lavori in pubblicità, soprattutto se non vuole un giorno entrare in agenzia e sparare a tutti. Doccia e di nuovo agenzia da cui uscire solitamente troppo tardi per fare qualsiasi altra cosa che non sia cena, film e nanna.
- Qual è il ruolo che la pubblicità svolge secondo te nella vita di tutti?
Informare quand’è normale, emozionare e/o divertire quando è fatta bene, annoiare quando è fatta male.
- La pubblicità è “autoreferenziale”. Sei d’accordo?
Qualsiasi sistema raggiunta una certa maturità è autoreferenziale. Il bambino ad un certo punto dice “io”, il cinema storicamente ha iniziato a citare il cinema, il sistema delle notizie in quasi tutte le notizie cita altre notizie. Perché la pubblicità dovrebbe fare eccezione?
- Quali sono, sempre che ci siano, le differenze delle agenzie italiane da quelle europee?
Pubblici diversi, nasce tutto da lì. Il pubblico pubblicitario italiano fino al ‘77 pensava che la pubblicità fosse il Carosello. È una questione di gusto, ma anche di abitudini, quindi dei media. E se è la tv a farla da padrone sono i padroni delle tv a voler mantenere tutto com’è. Incluso il gusto e di conseguenza la creatività. Ma attenzione, in caso di brand multinazionali, il diverso gusto del pubblico italiano è l’unica ragione per cui il creativo italiano ha ancora un lavoro. Cavolo, l’ho scritto sul serio? Pensavo d’averlo solo pensato.
- Hai un modello che segui, nella pubblicità italiana o internazionale?
Hai in mente Jerry Calà nei panni del copywriter in Yuppies, con il grandissimo Guido Nicheli nei panni del direttore, in una Milano anni 80, che più anni 80 non si può? Penso che il sogno di vivere “partorendo slogan” sia nato lì. E dato che questa è un’intervista multimediale, eccoti il link e goditene un estratto.
- Grazie per aver risposto! Ma ci manca una frase di chiusura…
“Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipisici elit”. Ti lascio questa come ingombro poi quando mi viene te la mando.