Il titolo che ho voluto dare a questo post rappresenta per me una delle domande più importanti che mi sono rivolto adesso che della comunicazione voglio farne mestiere. Da quando ho iniziato ad appassionarmi di pubblicità vedevo in quei trenta secondi o in una pagina di giornale non solo una possibilità di esprimersi ma una concreta ricerca di bellezza, eleganza e contenuto. Oggi, dopo qualche anno ormai, ritrovo in quei frammenti di sogno la possibilità concreta di fare della pubblicità fenomeno culturale e dibattito sociale.
Questa mattina mi è rimasta in mente una frase “il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi“. La reputo di una forza travolgente e non banale. L’augurio è di Stèphane Hessel 93 anni ed un volumetto di poco più di 60 pagine, Indignatevi!, che sta avendo uno straordinario successo. Ho pensato che dietro l’ovvietà del messaggio di questo volumetto si manifesti la necessità di riportare alla luce messaggi scontati ma forse dimenticati, rifare cultura, plasmare sostanza. Il successo editoriale lo dimostra.
E qui ritorno alla pubblicità. Dietro la sua anima commerciale, siamo ancora in grado ma soprattutto, vogliamo ancora comunicare (mettere in comune) oltre che vendere? Credo che la sfida vera sia riuscire, oggi, a vendere comunicando, nel più stretto significato etico del termine. Mettere in comune valori e contenuti. L’ultimo secolo ci ha regalato in questo senso perle di rara fattura, pubblicità che hanno fatto costume e dibattito. Oggi è ancora così, ma in buona sostanza la comunicazione commerciale risente di una mancanza non solo di contenuti ma di forma. Ricordo il commercial di Telecom Italia con Gandhi, una forza che non ho più ritrovato. E’ da li che ho pensato di fare questo mestiere.
E’ vero, si deve lottare con i clienti, con la crisi. Ma se non siamo noi a farlo, chi per noi potrà farlo domani? Il nostro è un mestiere particolare data la visibilità che ci viene offerta. Se è vero che la pubblicità è lo specchio della società possiamo provare noi, nel nostro piccolo che è in realtà estremamente grande, a ribaltare quest’ idea comune.
Continuiamo pure a vendere profumi, auto e passate di pomodoro legando però non il prodotto al messaggio, ma il messaggio al prodotto. La gente è stufa di sentire plus ed headline trombettanti. La gente consuma e consumerà ancora ma non sarà più per loro un’assoluta priorità. Molti ci vedono in questo la morte della pubblicità, io ci intravedo la rinascita. Le meccaniche sociali corrono a grande velocità, noi dobbiamo fare altrettanto. Dobbiamo riformulare le priorità nostre, dei clienti e del pubblico. E’ una sfida coraggiosa e difficile, ma chi ama davvero questo mestiere sente il bisogno di iniziare a farlo davvero. E lo farà, di questo ne sono sicuro.
Bravo Nicolò, hai scritto davvero un bel post e hai centrato un tema di rilievo: comunicare in modo etico. Sono perfettamente in linea con il tuo pensiero e ti auguro di coronare il tuo sogno “dell’art direction”…secondo me sei già sulla buona strada! ;-) Ciao!